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- Comunicare con tutti i sensi
- Il progetto pedagogico del Nido "Il cavallino a dondolo"
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- Diario di una settimana.
L'erba del vicino è sempre più verde
Beatrice VitaliQuando incontriamo una realtà che ci attrae, diversa da quella abituale, spesso accade di notare subito le differenze sulla base di quello che sembra manchi nel nostro ambiente.
Tutto, o molto di quello che osserviamo, sembra meraviglioso e nello stesso tempo impossibile da realizzare a casa propria.
Superando il primo momento di totale meraviglia, con il tempo di familiarizzare e di scoprire più a fondo ciò che davvero ci ha colpito, bisogna poi farsi domande, iniziando un confronto costruttivo che si avvale di diversi punti di vista e che può davvero portare a un cambiamento e a nuove riflessioni.
Vado spesso a Berlino, e questo stato d’animo mi accompagna tutte le volte che ho modo di vivere i numerosissimi luoghi dedicati ai bambini in questa città, le azioni di gioco che invitano a compiere e il rapporto che si crea tra genitori e figli.
La quantità di proposte e l’architettura delle strutture per l’infanzia è il primo shock da superare; il secondo è la facilità con cui sembra che tutto questo esista; il terzo, ma non ultimo, è fare i conti con un quasi sfacciato senso di libertà. Tutte caratteristiche non proprio comuni, a mio parere, nella nostra realtà quotidiana e di cui in parte se ne sente la mancanza, sia come professionisti in ambito educativo, sia come genitori.
In ogni angolo della città (davvero!) c’è una zona giochi, piccola o grande che sia non importa - alcune infatti sono di piccole dimensioni. il che fa subito pensare che sono aree possibili e fattibili ovunque - una diversa dall’altra, ma con caratteristiche comuni.
E’ interessante osservare quello che non manca mai per provare ad intuire quali sono i fondamenti condivisi dalla cittadinanza in merito all’idea di bambino e ai suoi conseguenti bisogni da garantire.
Ci sono strutture di gioco complesse che prevedono un notevole sviluppo in altezza; percorsi variati (corde, reti, ponti, passaggi) che stimolano l’arrampicarsi, il senso dell’equilibrio e il senso cinestetico; un terreno morbido e manipolabile – 90% dei casi di sabbia - che offre la possibilità di sperimentarsi; acqua.
Il movimento, in tutte le sue sfaccettature, sembra essere considerato un elemento cardine per lo sviluppo psico-fisico del bambino e da promuovere, fin da piccolissimi.
Le zone di gioco sono davvero palestre all’aria aperta dove attraverso il movimento potenziare e spronare l’acquisizione di agilità, sicurezza di sé, autonomia e responsabilità.
La maggior parte, sempre a mio parere, sono strutture ad alto rischio proprio perché stimolano azioni di gioco di un certo grado di difficoltà, ma paradossalmente proprio per questo stesso motivo, sembra che nessuno si faccia mai male, probabilmente perché richiedono un certo impegno ed una certa attenzione. Guardando queste strutture il motto di fondo sembra essere conoscere il rischio per saperlo gestire, un’importante lezione a favore dell’autonomia, per tutta la vita.
Accanto ( e sotto) a tali strutture c’è poi la sabbia e vicino, a volte, fontane poste sulla cima di piccole colline che, attivando la pompa, lasciano fuoriuscire acqua che scende dal lato in pendenza, spesso fatto di sassi e che termina nella sabbia, dove gruppetti di bambini che sembrano adulti progettisti al lavoro, costruiscono strade, ponti, dighe armati di secchiello, palette, piccoli mulini… rigorosamente scalzi, spesso senza maglia e/o pantaloncini.
Altre volte, l’acqua sgorga da strutture/gioco di pietra ad intensità più o meno elevata ( da una piccola cascatella all’irrigazione di un giardino) se non in fontane vere e proprie, dove, comunque il suggerimento è gioca, bagnati, sporcati e corri.
Non sono parchi gioco con biglietto a pagamento, sono piccoli parchetti pubblici, piccole piazze, angoli di strada, vissuti quotidianamente!
Sempre in città ci sono poi altri luoghi dedicati ai bambini, molto particolari. Alcune sono fattorie, con animali da cortile (dalle capre ai conigli, dalle oche agli asini) dove i bambini che prendono parte all’attività aiutano i gestori al mantenimento e alla pulizia degli animali, con orari e regole precise. All’interno ci sono zone di gioco molto spartane sempre con qualche trattore o attrezzo vero (arrugginito, ma non funzionante) a disposizione dei bambini e laboratori aperti sempre legati al lavoro con gli animali o all’aria aperta (come ad esempio la pulizia della lana dopo la tosatura delle pecore o la cottura del pane in forni all’aperto). Per i bambini dai 6 anni, ci sono poi zone dedicate alla costruzione di case di legno in cui i bambini con chiodi e assi costruiscono case/capanne a più piani, non curanti (o meglio, attenti… abituati?) delle schegge o dei chiodi arrugginiti che spuntano ovunque. Sopra a queste case tutti si possono arrampicare, anche i bambini più piccoli, e giocare con grande equilibrio, in alto.
Questi spazi, o meglio, queste possibilità si trovano nel centro di Berlino, non in campagna. Per dare un’idea, i primi conigli che ho incontrato sono a neanche 10 minuti da Alexander Platz ( dove svetta la torre della televisione, uno dei simboli più famosi di Berlino).
Sono luoghi reali, fatti con poco, dove la lista delle regole per la sicurezza dei bambini sembra essere molto corta e sembra iniziare con buonsenso.
I genitori, in tutto questo, sì, ci sono, ma, nella maggior parte dei casi stanno in disparte. O giocano apertamente con i loro bambini o li osservano a distanza, chiacchierando con altri genitori. I bambini sono i protagonisti dei loro giochi e i genitori lasciano sperimentare.. forse è anche per questa responsabilizzazione del bambino che le strutture di gioco sono più sicure! È difficile vedere il genitore tenere costantemente per mano il proprio figlio, dicendogli dove deve mettere il piede per salire o urlandogli in continuazione cosa fare o non fare!
Gli spazi dedicati ai bambini sono quindi anche (sempre a mio parere) importanti luoghi di incontro per e tra genitori, sia all’aperto che al chiuso.
Soprattutto nei luoghi chiusi, come nei musei dedicati ai bambini, l’organizzazione e l’architettura del luogo sono pensate a mio parere anche per questo: sono previste zone in cui i genitori possono sostare in tranquillità e da cui, comunque, avere la situazione sotto controllo.
Anche grazie a questo la libertà di movimento data ai bambini è altissima. I bambini, infatti possono spostarsi da uno spazio all’altro (ad esempio aree di gioco tematiche) in completa autonomia e semplicemente giocare.
Durante il mio soggiorno ho avuto la possibilità di incontrare, per lavoro, un pedagogista tedesco e di visitare un asilo che ospita bambini da 2 mesi a 6 anni. Ho visto quindi un luogo dedicato all’educazione che mi ha confermato ancora una volta l’esistenza reale di alcune pre-condizioni condivise alla base del concepire il bambino, i suoi bisogni, la sua educazione. Due fra tutte secondo me sono molto interessanti.
La libertà di movimento data ai bambini, anche qui, spicca sovrana. A parte le zone specifiche dedicate a questo anche al chiuso (intere sezioni in cui poter arrampicare, saltare, sperimentare l’equilibrio), la cosa che più ho invidiato sono state le porte aperte. Sì, aperte, tutte aperte, anche nel piano dei bambini più piccoli. Non c’era confusione e le educatrici non mi sembravano preoccupate di poter perdere il controllo della situazione.
La semplicità e la contaminazione degli arredi è un altro aspetto a mio parere estremamente significativo. La dice lunga sul modo con cui gli adulti si rapportano ai bambini e spiega anche la facilità con cui sembra che le cose qui possano accadere. Esistono ovviamente arredi fatti apposta per i bambini, ma accanto, ad esempio, a divani per adulti, un po’ dismessi, ma preziosi luoghi di gioco. Una contaminazione reale che rende l’ambiente come una casa in cui abitano bambini.
Ovviamente, confrontandomi con chi lavora e chi studia e conosce la realtà berlinese , sulle impressioni che mi sono fatta girando per la città, e all’interno delle scuole, ho capito che non è tutto oro quello che luccica, che dal loro punto di vista ci sono comunque cose da migliorare o aspetti che loro vedono molto più positivi nella realtà italiana.
(mi hanno informato per esempio, che la scorsa settimana a Berlino è uscito un articolo di denuncia perché in città c’è solo il 50% delle zone gioco per bambini previste dalla legge tedesca…. Appena l’ho saputo ho sorriso e ho pensato al nostro più bel parco bolognese e ai servizi che offre… credo che in questo caso l’erba del vicino sia davvero più verde!)
Comunque, confrontandomi con una realtà diversa ho anche avuto modo di notare con più facilità, come pedagogista al nido “Il cavallino a dondolo”, alcune peculiarità positive e originali del progetto quotidiano che stiamo cercando di realizzare. Sicuramente una caratteristica del nido è l’attenzione che poniamo alle caratteristiche personali di ciascun bambino, avendo attenzione soprattutto ai tempi di ognuno, elemento che va di pari passo con l’impegno da parte delle educatrici a un’osservazione sempre più attenta al modo di giocare dei bambini. Lo sforzo di riuscire sempre meglio a cogliere i momenti di scoperta da parte di ciascuno, soprattutto quei momenti qualunque apparentemente poco importanti agli occhi degli adulti, è un’attenzione che sta sempre più occupando un posto di rilievo per le conseguenze che porta nel progetto educativo e nella modalità di lavoro. Avere fiducia e scoprire la ricchezza dei giochi fatti con nulla non è un aspetto così scontato come ormai capita di considerare, anzi, ho proprio scoperto come questo approccio sia, non esagerando, piuttosto dirompente e che necessita di essere diffuso, raccontato, condiviso.
Prendendo le distanze dal proprio luogo quotidiano emergono con nuova vitalità i punti di forza che guidano il lavoro, così come si evidenziano nuove possibilità da tenere in considerazione.
Credo davvero che il contatto con realtà differenti è sempre importante, non per copiare o emulare sistemi non riproducibili in altri luoghi per cultura, storia, clima… etc, ma per porsi domande in grado di mantenere sempre vivo il pensiero che sta dietro all’educazione, che per definizione, non può mai rimanere fermo.
Le prime domande che mi stanno assillando sono: quali principi e quali norme sono alla base delle nostre realtà educative?
Sono regole pensate per i bambini e il loro bisogno o per le educatrici? O per i genitori? O per evitare di assumersi responsabilità?
Che idea abbiamo di libertà? Cosa significa per un bambino essere libero?
Che rapporto c’è tra lo stile educativo che adottiamo e la promozione dell’autonomia?
Quali esperienze concediamo al bambino?
Quando per noi un bambino è piccolo? E quando è grande? Quali pensiamo che siano i loro diritti o i loro doveri?
E poi ancora:
Come consideriamo i genitori? Con quali diritti e quali doveri?
Quali servizi e offerte esistono per i genitori? Quali esigenze e quali bisogni dimostrano di avere?
Come condividiamo con loro i valori educativi?
Iniziare a porsi domande significa non avere la garanzia di riuscire a smettere di farsele.
Anche questo è un rischio e allo stesso tempo un’assunzione di responsabilità.
Penso che il sentirsi sicuri di una lunga serie di affermazioni senza pensare nemmeno di provare a metterle in discussione, sia un grosso limite.
I bambini hanno davvero diritto di essere liberi di fare esperienze variate e valide, ma spetta ai professionisti del settore, nonché ai genitori riflettere, porsi domande, cambiare, imparare per riuscire davvero a creare le condizioni affinchè tutto ciò possa semplicemente accadere.










